“Un bavaglio al pupo!” (cit. “Il mondo dei Robot – M. Crichton – USA – 1973)

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Procopio, storico bizantino, nel VI secolo, tra le descrizioni degli antichi Lapponi (chiamati con un nome che non riporto perché impiegheresti dieci minuti per leggerlo) si soffermava a riportare il drammatico metodo per accudire i neonati. Semplicemente, non venivano accuditi. Papà e mamma lappone se ne andavano a caccia, lasciando il piccolo appeso a un ramo in una sacca di pelle a succhiare del midollo animale, probabilmente di renna.
Stamattina, mentre sollevavo pesi per vanità (i Lapponi lo facevano per sopravvivenza) ascoltavo per radio una trasmissione che trattava di depressione post parto da parte delle donne e delle decine di attenzioni necessarie e, spesso sottovalutate, affinché il dopo gravidanza non risulti problematico per mamma e bimbo.
Ovviamente le due realtà non sono paragonabili, e solo una persona poco istruita potrebbe usare l’una per additare l’altra. Ma se i Lapponi erano fin troppo selvaggi, noi siamo fin troppo evoluti.
Penso che una società difficilmente possa rendersi conto in maniera concreta degli estremi che raggiunge, perché quegli estremi sono il presente che essa vive ed è quasi impossibile avere una lucidità tale da poter analizzare imparzialmente il contemporaneo.
È possibile essere giudici del passato e profeti del futuro. L’attualità sta nel mezzo ed è quasi impalpabile. Ecco perché in caso di tragedie si trovano soltanto soluzioni postume affinché quel determinato evento non si ripeta. E se da quel momento in poi si attueranno nuovi accorgimenti, nel frattempo accadrà qualcosa di completamente diverso e non previsto per la soluzione del quale tutto ricomincerà daccapo.
Il presente è dunque solo un ponte tra il ricordo e il sogno? Eppure è il posto in cui dobbiamo vivere; quindi, qualsiasi situazione ci ponga di fronte è meglio agire piuttosto che rimanere immobili galleggiando tra le pieghe del passato o annaspando tra le nebbie del futuro.
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Ciò che esiste nel mondo è quello che ci viene restituito dai nostri sensi.
Se avessi trascorso la mia intera vita in una caverna non saprei dell’esistenza del sole. Non avrei visto il suo fulgore, né avrei potuto immaginare il caldo dei suoi raggi.
L’esistenza è ciò che viene vissuto. Mi si potrebbe obiettare che il resto esiste anche se noi non lo percepiamo. Io risponderei di provare a immaginare un colore che non esiste in natura.
Impossibile, vero?
Eppure, da qualche parte, nel nero dell’universo, è possibile che ci sia un astro che abbia uno spettro solare diverso dalla nostra stella e che possieda un pianeta abitato da esseri simili a noi con fotoricettori retinici evolutisi in milioni di anni sulla base della luce filtrata dall’atmosfera con chissà quali concentrazioni gassose.
Questi nostri lontani cugini potrebbero godere della vista dello stupendo color bargazum.
Noi no. Dunque, non esiste. Non possiamo nemmeno immaginarlo.
Qualche settimana fa ascoltavo il giornale radio, al risveglio, sotto il piumone, come tutte le mattine. La redazione sportiva ha inaspettatamente introdotto un servizio sul discusso profilo alare della McLaren. Il giornalista è andato avanti per circa trenta secondi, poi è passato al calcio.
Fino a quella mattina non c’erano stati servizi sulla Formula 1, nonostante i quattro test ufficiali disputati sui circuiti di Valencia, Jerez e Barcellona durante i quali gli spunti di discussione sportiva non sono di certo mancati. Eppure, la stampa ha introdotto ufficialmente la Formula 1 solo quando si è presentata una notizia che fosse in odore di polemica.
I nostri sensi non possono essere ovunque.
Quante altre cose esistenti ci vengono nascoste?
Forse il colore bargazum esiste anche sulla Terra, solo che chi ce l’ha lo tiene per sé, o ha deciso che noi non dobbiamo vederlo.
Il seme della cultura.
Verso la fine degli anni 90 non c’era giornalista, presentatore, velina e perfino il proprio migliore amico che non usasse l’espressione “voglio dire”. Questo costume si è spinto, con qualche decelerazione, fino agli ultimi mesi del 2008, plenilunio più plenilunio meno. Poi c’è stato un intero anno di buio in cui pareva che la gente riuscisse a spiegarsi in un solo periodo, raramente in una sola frase, senza la necessità di dover ripetere lo stesso concetto con parole diverse.
Verso la fine del 2009 è arrivato senza preavviso, dando spallate a destra e a manca, “nel senso che”. Ha la medesima funzione del suo predecessore, ma è più elegante, meno presuntuoso. Non ha la boria di affermare senza possibilità di smentite. È dolce e vuole dare un senso più preciso alle parole pocanzi esposte.
Finalmente è stato svelato il sesto senso. Viva la glottologia!
La storia non è mai imparziale, perché deve essere documentata. Tutto ciò che ci viene tramandato deve subire il filtro di chi lo racconta.
Si prendano le civiltà norrene dal IX al XI secolo raccontateci dal punto di vista franco-centrico a cominciare da Carlo Magno, passando per Ottone I e finendo a Enrico III: ci sono arrivate come le generatrici dei temibili vichinghi, senza considerare che queste genti commerciavano allegramente nei dintorni dei Paesi Bassi, con i musulmani tra le anse del Volga, ed erano arrivate a Bisanzio passando per la Russia.
Mi piace dunque immaginare che la storia possa anche essere intuita seguendo il flusso delle informazioni e che si riesca ad anticiparla senza attendere che i vincitori ci dicano com’è andata.
Forse Internet ci permetterà di setacciare le notizie che generano il nostro presente e che diventeranno storia nel futuro. Va da sé che colui che non cerca mai troverà, preferendo acquistare la storia preconfezionata al comodo bancone dei furbi.

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Abito nella ricca Emilia-Romagna, ma in alcune parti del territorio esistono zone buie. Angoli oscuri che la luce della grande Rete fatica a illuminare: il mio comune. Sono già in contatto con il nostro assessore e ho piena fiducia nelle sue parole, ma voglio raccontarvi un episodio che fa riflettere su quanto l’accesso a Internet sia dato per scontato anche in situazioni in cui è palese che non possa esserlo.
Ho cambiato provider da qualche settimana.
Dopo la disdetta del vecchio gestore e prima dell’attivazione del nuovo, per problemi personali, non ho avuto alcun modo di accedere a Internet. Notavo che il router riceveva un segnale ma non agganciava ancora alcun indirizzo IP.
Ok, ci stanno lavorando, mi sono detto, ma ho contattato telefonicamente il gestore per avere informazioni.
«Non si preoccupi», mi ha risposto la gentilissima ragazza dall’altra parte del filo. «Le manderemo una mail appena la linea sarà attiva!»
«Mi scusi, ma come faccio a controllare la mail se non ho accesso a Internet?»
Pausa.
«No so, dal telefonino, in ufficio, vada da un amico…»
«Guardi che, purtroppo, non ho proprio la possibilità di farlo.»
Pausa.
«Va bene, provo a indicare sulla pratica di contattarla telefonicamente, ma non garantisco niente.»
Capisco che se dovessero chiamare al telefono tutti i loro clienti i costi della gestione del personale schizzerebbero alle stelle, ma non capisco il ragionamento per il quale la conferma dell’erogazione di un servizio debba arrivare con gli stessi strumenti del servizio per il quale si è fatta richiesta e che in quel momento non si possiede.
È un nonsense.
Si dà per certo che Internet da qualche parte ci sia. È questo è bello; ma si scavalca del tutto il buon senso e in qualche modo si enfatizza la diversità digitale.
Internet deve essere un fresco ruscello da cui tutti possono abbeverarsi, non una fonte su una cima impervia che s’incunea in un abisso di mille metri. E non è carino farsi una scarpinata per bere un bicchiere d’acqua.
Perché no?
30 minuti di telegiornale non possono racchiudere la vita di 60.177.551 abitanti della nazione Italia (fonte ISTAT Maggio 2009).
Dunque non vedo perché io, al contrario di quelle 5 o 6 morti violente snocciolate in 20 minuti all’ora dei pasti (gli altri 10 sono di gossip), non possa scrivere con orgoglio che ieri sono nati circa 1.415 bambini.
Spero che, da adulti, non concorrano a rendere l’informazione la vetrina di un editore che deve vendere i propri prodotti giornalistici.
Buona vita, pargoletti!

1...2...3...4... TIC, TAC, TIC, TAC
Esistono tanti modi per distrarsi davanti al pc: scrivere sul proprio blog, facebook, twitter e i “giochini”. Più sono semplici e più tempo ci si perde, per quella strana affermazione che gira nella mente di chi gioca: “Ancora una partita e poi smetto!”; perché tanto farne un’altra non costa niente ed è veloce e… “che vuoi che sia, dài, ancora una!”
Con questo gioco, tra l’altro, eviterete gli sguardi dubbiosi del vostro capoufficio.
Avete un minuto di tempo per digitare i numeri da 1 a 100.
Tutto qui.
Il vostro capo penserà che state lavorando come forsennati. Magari vi scappa anche un encomio.
D’obbligo l’uso del tastierino.